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Persone con disabilitą

A cura di Ledha

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25/02/2018

Vivere insieme non č vivere nello stesso posto

Di Alberto Fontana

Quasi senza rendercene conto, ciascuno di noi coltiva le proprie solitudini: come cittadino, famiglia, operatore, organizzazione o Comune.

Una delle regioni più ricche di Europa e del mondo. Una regione bella, popolosa e briosa, dal punto di vista sociale e culturale e con risorse economiche importanti. Questa è, da molto tempo, la Lombardia, la locomotiva dell’Italia.

Ricchezza e bellezza però da sole non ostacolano la contestuale crescita della fragilità e delle vulnerabilità delle persone. Insieme alla crescita c’è anche lo sfondo delle persone in difficoltà, che disparità economiche e sociali le costringono sulla difensiva. Le classificazioni le conosciamo e forse oggi, i cambiamenti sociologici che insistono sui nuclei familiari non le rendono più adeguate: minori in difficoltà, povertà, anziani non autosufficienti, disabilità, dipendenze (da sostanze, da gioco d'azzardo patologico), salute mentale, immigrazione.  

La classificazione è però un etichetta che semplifica per comodità, ma, più concretamente, in primo piano ci sono le persone e le loro famiglie che, con tutta evidenza, non possono fare fronte efficacemente ai problemi posti dalle loro vite colpite in pieno dalla fragilità. Gli strumenti ordinari delle politiche sociali non bastano e sempre più nuclei familiari bussano (a volte solo idealmente) alle porte dei servizi sociali, per chiedere aiuto, dispersi nelle loro difficoltà quotidiane sempre crescenti. Le loro difficoltà che spesso si sommano, a volte una conseguenza dell’altra (dipendenza che diventa anche una disabilità, immigrazione che diventa povertà), esistenze al limite che si complicano giorno dopo giorno.

È palese che le classificazioni non sono adeguate a descrivere ciò che sta succedendo e il perimetro delle difficoltà si amplia. Noi continuiamo imperterriti a descrivere una realtà con parole che hanno oltre vent’anni ma non ne abbiamo ancora nuove e di conseguenza ci sfuggono i reali contorni sui quali intervenire.  

Categorie di problemi che richiamano categorie di servizi, benefici, interventi che Comuni e Regione promuovono, regolano, sostengono, attivano. Un sistema di servizi che a seconda delle tipologie possiamo chiamare socio-assistenziale, sociosanitario oppure domiciliare, semiresidenziale, residenziale. Oppure ancora unità di offerta, benefici economici, prestazioni, ... Un insieme di servizi e di interventi che possono essere di competenza comunale o regionale, gestititi da enti pubblici, organizzazioni di terzo settore o società profit. 

Una tavola ben imbandita, ma parcellizzata che nasconde una realtà diversa, poiché grandissima parte del costo di quella che si può ancora definire "assistenza sociale", incombe come un macigno sulle famiglie. Tutto questo attraverso l’acquisto diretto di lavoro di cura (prevalentemente femminile), di acquisto di prestazioni (assistenza familiare o badantato che dir si voglia) o di ricoveri in strutture private (RSA).

Pagati dall'ente pubblico o dai privati cittadini, questo insieme di interventi sembra non riuscire a evitare la crescita costante dei bisogni e delle richieste di interventi di supporto alle persone e alle famiglie. Ci possiamo servire, per meglio comprendere di un’immagina: una diga che, per quanto ingegneri e operai si impegnino a rinforzare ed elevare, non riesca mai a contenere il costante innalzamento della marea. 

Come è possibile?

Ci siamo convinti in questi anni che etichettando e classificando le persone, dando così risposte solo a quel tipo di difficoltà preciso, che alcuni problemi nella nostra società siano "fisiologici"? Che non c’è niente da fare perché stiamo parlando di “condizioni oggettivamente difficili” delle persone?

Ci sembra "normale" che ci siano tanti anziani soli, spesso con derive psichiche,  bambini in condizioni di povertà ed emarginazione, ragazzi in crisi d’identità (i cosiddetti NEET- Not “Engaged” in Employement Education Training), persone con disabilità grave e/o gravissima, con problemi di dipendenze, di salute mentale. Tutti costretti a vivere ai margini, insieme alle numerose persone straniere che non riescono ad integrarsi nella nostra società.

La situazione è questa e non può essere che così, sembriamo rassegnati e noi (il sistema dei servizi sociali), cerchiamo di risolvere i loro problemi, rispondendo al bisogno classificato, e per quanto possibile i fornire buona assistenza, buona educazione, buona riabilitazione. Senza però avere una delega precisa, un impegno di programmazione, il tempo e l'energia analizzare i problemi alla radice e cambiare le strategie d’intervento.

Così, quasi senza rendersene conto, coltiviamo le nostre tante e diverse solitudini:

  • la solitudine delle persone e delle famiglie (e non solo quelle che consideriamo più fragili o problematiche) chiamate a farsi carico dei problemi propri o dei propri cari: veri e unici "case manager" di se stessi;
  • la solitudine degli operatori, ognuno inquadrato nel proprio servizio, ruolo e mansione: pagato (e nemmeno molto..) per "fare il proprio pezzo di welfare", sempre più in risposta a situazioni di emergenza e di gravità e con sempre meno stimoli, possibilità, tempo per il confronto con atri operatori, lo studio di nuove teorie e pratiche, la riflessione sul senso del proprio agire;
  • la solitudine delle organizzazioni, in particolare del terzo settore, alle quali viene sempre più chiesto di gestire "unità di offerta" o "filiere dei servizi" dal carattere assistenziale o "curativo", riducendo i costi all'essenziale a causa della concorrenza legata alle gare pubbliche. Troppo spesso schiacciati sulla gestione, senza alcuna vera valorizzazione della prossimità, della possibilità e capacità di dare voce alle persone, alle comunità e di lavorare, anche attraverso la co-progettazione con gli enti appaltanti, per costruire progetti di vita completi alle persone in difficoltà; 
  • la solitudine dei Comuni, degli oltre 1500 comuni della nostra Regione, lasciati soli a fronteggiare la marea montante dei problemi con uno schema di lavoro non più adeguato e con risorse strutturalmente insufficienti. Anche i Comuni, sembrano aver messo sullo sfondo che il loro primo ruolo non è la gestione e erogazione di servizi, ma di essere l’ente di prossimità, quindi con un ruolo di primo referente nel quale la Comunità tutta si riconosce, si ritrova, si aiuta, programma e costruisce insieme il proprio futuro;
  • la solitudine nelle nostre Comunità: nei nostri paesi, quartieri e città. Perché vivere insieme non è vivere nello stesso posto, ma edificare insieme spirito e comunità, perché tutti hanno bisogno degli altri e tutti possono dare una mano.

Ma chi oggi è chiamato istituzionalmente ad attivare la Comunità? Il luogo dove i problemi si affrontano insieme e non sono esclusivamente considerati solo di si trova in difficoltà?

La risposta è nell’impegno, generoso e spontaneo, di persone, famiglie, associazioni, cooperative sociali, fondazioni, imprese, che, nonostante il grande lavoro che fanno, non sembra più essere sufficiente a compensare le grandi lacune del sistema di welfare sociale odierno. Da troppo tempo si occupa "nel limite delle risorse disponibili", solo dei "problemi delle persone" e non della vita delle persone, delle loro famiglie e delle comunità sociali di cui fanno parte. Un sistema che ha assunto, senza critica e apparente difficoltà, l'onere esclusivo di rispondere ai problemi più gravi delle persone, rinunciando, di fatto, a progetti complessi, ambiziosi, ma possibili, perché occuparsi gli uni degli altri è un fatto fondante della nostra umanità e del motivo per il quale l’uomo vive in una società. Perdere questo, significa perdere una parte della nostra umanità, quella che rende ogni vita un prodigio da conservare e amare.

 

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