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A cura di Ledha

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11/07/2018

Claudio, era un uomo non un ragazzo

Di Antonio Bianchi

Claudio Austoni aveva 51 anni ed Ŕ morto la sera di venerdý 6 luglio. Nel ricordarlo, tanti hanno sottolineato il suo essere "eternamente bambino". Ma Claudio era molto altro, un lavoratore. Ad esempio

Venerdì 6 luglio, sera.

Claudio Austoni e sua madre Angelina si addormentano sul divano guardando la partita. Claudio muore nel sonno.

Era una persona molto silenziosa, per me paradigma del mistero dell’altro. Aveva cinquantun anni. Lavorava alla Foppapedretti. Era una persona con disabilità. Ne hanno scritto in termini di eterno ragazzo. Sull'Eco di Bergamo, il quotidiano locale a maggiore diffusione, è uscito un trafiletto che parla di tempo fermato, di ragazzo mai invecchiato. Restando su questo livello dell'innocenza, dell'inconsapevolezza, tradendo infine l'umanità di Claudio, facendone un fantoccio.

Mia figlia mi ha mandato questo testo, scritto da Giacomo Paris, professore che insegna alle superiori e che abita a Grumello.

Ebbene, l'amico e fratello Claudio Austoni se n'è andato. Morto nel sonno, avvolto nel suo silenzio. In questi giorni molti hanno celebrato la sua innocenza, la sua eterna infanzia e la sua immutata giovinezza. Ma avendo vissuto con lui momenti unici e scolpiti nel cuore non posso fare a meno di pensare alla sua angoscia. A cosa pensava Claudio nei momenti di terrore? Di essere un eterno bambino? Cosa continuano a dirmi quegli occhi sbarrati? Cosa continuano a celebrare, quasi fossero una liturgia, quegli sguardi confusi? Oggi penso alla sua sofferenza, non riesco e non posso pensare alla sua innocenza, che pure mi trafigge l'anima. Mi rimangono i suoi abbracci, veri, limpidi, una luce nel buio opaco di questo mondo affidato ai forti.

Mi sembra uno sguardo buono e più profondo, con cui provare a connettersi. Spero che altre voci come quella di Giacomo Paris restituiscano a Claudio la dimensione di uomo e che insieme sappiamo far diventare queste voci occasione di alleanza e costruzione. Condivido qui con voi le mie riflessioni.


Domenica 8 luglio

Claudio
presenza misteriosa
interrogativa.

Te ne sei andato all'improvviso
in silenzio
come ti conoscevo
incontrandoti
lungo la strada verso il lavoro
o in paese.

Il tuo incedere riconoscibile anche da lontano
la tua figura compatta.

E l'incontro col tuo sguardo.

Ti saluto? O ti infastidisco?

Dubbio che non sono mai riuscito a risolvere.

La tua era un'alterità che chiedeva attenzione, rispetto, spazio per potersi manifestare ed esprimere, con la presenza.

TI ho visto solo una volta avvicinarti a Giovanna
e chiedere un gesto di tenerezza
forse appoggiando il tuo viso a lei, non ricordo.

Lei è stata, con accoglienza, con la sua bellezza che dona.

Poi, dopo averti visto alla pizza del martedì, ho preso coraggio e ti salutavo, quando ti incontravo per strada.

Il tuo viso era difficile da decifrare per me, forse un riconoscere, un leggero sorriso, o forse attraversato dal tuo sguardo che andava altrove, oltre.

Tua madre parla con dolcezza di te, ricorda il tuo tornare a casa dal lavoro.

L'incredulità del constatare la tua morte.

L'è dura. Sarà dura, dice.

Sarà dura, sì Claudio, per il vuoto che lasci.

I tuoi colleghi della Foppapedretti, con cui certo avevi quotidianità.

Quello spazio vuoto sarà duro da guardare, domani, e dopo.

Non so quasi niente di te.

Eppure questa tua morte mi sembra uno di quei passaggi in cui una comunità ha un'occasione

di riconoscersi, di stringersi attorno a chi resta e ricostruire legami lasciati andare per incuria, collettivamente.

Il tuo mistero è il paradigma del mistero di ciascuno, amplificato, più forte, evidente, nell'incontro.

Spero sapremo coltivare insieme il tuo ricordo e darci questa occasione, di fermarci davanti al mistero dell'altro.

La tua vita è stata un dono, molti lo sapranno raccontare meglio di me.

Grazie di esserci stato, grazie della tua compagnia Claudio.

Buon viaggio.

 

Lunedì 9 luglio

Il funerale di Claudio si è celebrato. C'erano molte persone nonostante il lunedì mattina e nonostante il nove luglio. La chiesa, questo è il luogo dove si è dato l'ultimo saluto a Claudio, è satura di decorazioni, segni, simboli, ciascuno evidenziato da un contorno dorato. Lo sguardo ne è attirato e infastidito, rumore visivo.

Ma siamo lì per l'estremo saluto a Claudio, atteso. Arriva il feretro, la chiesa si riempie. Gesti simbolici accentuati, la croce, il cero, l'acqua, tutto molto spiegato ed enfatizzato. Come guardare con didascalie ovunque. Brani dal Vangelo usati per spiegare. Poi la prima la seconda lettura. E il Vangelo delle beatitudini.

Eterno bambino esce a più riprese riferito a Claudio, parole pronunciate senza la minima percezione di violenza su quell'uomo la cui vita si è interrotta improvvisamente, a cinquantun anni.Se ne ricorda la presenza alle feste, nelle associazioni, all'oratorio.

Ma non si parla del suo essere stato lavoratore, non si ricordano i suoi colleghi di lavoro, che in questi anni credo siano stati i suoi compagni più presenti. Insieme ai suoi genitori. Sua madre in questi ultimi undici anni. Proprio in questa terra dove il lavoro è etica dell'esistenza, condizione primaria per essere uomo, il lavoro di Claudio non viene rappresentato.

Eterno bambino.

Se ne ricordano gli abbracci, i sorrisi, aneddoti su cui si è incrostata la memoria.

Ma c'è anche indubbiamente un sentire vicinanza per questa mancanza.

La presenza delle donne e degli uomini che riempiono la chiesa.

Le parole di don Angelo ringraziano Claudio per l'occasione offerta alla comunità di ritrovarsi, di compattarsi, dice lui.

Il ricordo di Claudio ci induce ad abbassare i toni, a prestare più attenzione nell'ascolto, dice don Angelo, e sento che sta dicendo parole semplici e importanti.

Accompagniamo la bara fino al cimitero. In questo tragitto è consuetudine ormai che le persone si mettano a parlare d'altro. Per me quel camminare in silenzio è invece essenziale. Come un segno di rispetto e di vicinanza.

Soste con brevi preghiere sulla soglia ed entrando in cimitero. Poi la bara viene collocata nel loculo.

La fila per un saluto alla madre e ai fratelli.

Vedo Oliviero, così l'ho sentito chiamare ieri, mi è sembrato di cogliere sia stato un collega di Claudio.

All'uscita lo cerco, ma non lo vedo. Poi eccolo, lontano.

Dico a Cinzia che provo a raggiungerlo e allungo il passo.

Quasi lo raggiungo ma lui sta arrivando all'auto. Accenno una corsa che il mio ginocchio affaticato si è dimenticato come fare; ma non mi lascio fermare dalla compassione per quei gesti rigidi e corro arrivando all'auto mentre sta partendo. E riesco a parlargli. Con la commozione che mi stringe la gola. A dirgli che mi piacerebbe raccogliere il pensiero di chi è stato compagno di Claudio, perchè non si trascuri questa sua dimensione di uomo, per lui stesso e per le altre persone con disabilità. Che possano essere riconosciute nella loro adultità, nei diversi modi in cui si manifesta. Oliviero è una persona profonda. Mi ascolta lasciandomi il tempo di commuovermi, lui stesso se lo dà, è tornato dal mare per poter partecipare al saluto a Claudio. È stato il suo responsabile, di un reparto di una cinquantina di persone, mi dice. Ora sono in pensione da settembre e quel reparto è stato chiuso, terminato anche il lavoro di Claudio e di altri lavoratori che non hanno potuto seguire lo spostarsi della produzione.

Ricorda alcuni momenti della vita con Claudio, senza enfasi e soprattutto ripetendo due volte c'è bisogno di digerire quello che è successo.

Gli lascio il mio indirizzo scritto sul retro di uno scontrino. Se vorrà continuare a raccontare, quando vorrà, gli dico.

Ci salutiamo. Torno a casa con Cinzia, che mi aveva raggiunto mentre parlavo con Oliviero.

Spero che la storia di Claudio non finisca oggi.

Che riusciamo a darci occasioni.

 

 

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