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Persone con disabilità

A cura di Ledha

Archivio notizie

19/03/2013

Quando la stazione non è accessibile

Sono molte le stazioni di dimensioni piccole e medie che presentano gravi carenze in termini di accessibilità. Gabriele Favagrossa, ci aiuta a fare il punto normativo sulla questione.

Recentemente è tornata alla ribalta della cronaca la situazione di non accessibilità architettonica di due stazioni ferroviarie lombarde, quelle di Brescia e Desenzano, poste sull'importante direttrice di traffico Milano-Venezia. Ma non si tratta, purtroppo, di casi isolati: in Lombardia, come sull'intero territorio nazionale, sono molte le stazioni di dimensioni medie e piccole che presentano gravi carenze in termini di accessibilità.

La gestione delle 2.260 stazioni della rete italiana è di competenza di RFI - Rete Ferroviaria Italiana, società del Gruppo Ferrovie dello Stato. Le 13 maggiori stazioni italiane sono gestite direttamente da Grandistazioni, mentre altri 103 importanti scali (tra cui Brescia e Desenzano) sono gestite da Centostazioni, entrambe società del Gruppo Ferrovie dello Stato.
Sul sito web di RFI, si legge che "tutte le nuove stazioni in fase di progettazione e realizzazione disporranno da subito di strutture per facilitare l'accesso alle persone con disabilità in conformità alle norme nazionali ed europee". Dichiara inoltre che "nelle stazioni esistenti, per la realizzazione degli interventi di superamento delle barriere architettoniche e sensoriali, sulla base del Piano di Impresa di RFI è prevista una spesa di circa 10 milioni di euro all'anno".

In sintesi, RFI segnala che "la quasi totalità delle stazioni classificate come platinum (grandi impianti), gold (impianti medio-grandi) e silver (impianti medio-piccoli) è dotata di posti auto riservati alle persone con disabilità ed è attrezzata per consentire l'accesso a persone con disabilità motoria almeno fino al primo marciapiede". Sono escluse da questo computo le stazioni classificate come bronze, ovvero gli impianti piccoli con bassa frequentazione.
Già da questi dati si evince come la situazione di accessibilità delle stazioni italiane non possa dirsi soddisfacente e necessiterebbe di interventi più incisivi, che in varie circostanze RFI - seppur sollecitata in tal senso - non pare intenzionata ad attuare. Diventa quindi interesante capire come la materia possa essere analizzata da un punto di vista normativo.

Per quanto concerne la legislazione italiana, il DPR 503 del 1996 all'art. 25 stabiliva in sostanza che solo "le principali stazioni ferroviarie" sono tenute ad essere accessibili alle persone con disabilità. Tuttavia a fine 2009 in tutti gli stati dell'Unione Europea è entrata in vigore un'importante norma di diritto comunitario, ovvero il Regolamento (CE) n. 1371/2007 relativo ai diritti e agli obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario.
“Le imprese ferroviarie e i gestori delle stazioni - si legge all'articolo 19 - stabiliscono o possiedono, con la partecipazione attiva delle organizzazioni che rappresentano le persone con disabilità, norme di accesso non discriminatorie applicabili al trasporto di persone con disabilità". Mentre l'articolo 21 sancisce che "le imprese ferroviarie e i gestori delle stazioni garantiscono l'accessibilità delle stazioni, delle banchine, del materiale rotabile e degli altri servizi alle persone con disabilità".

Del resto la Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dal Parlamento Italiano con Legge n. 18 del 2009, all'Art. 9 stabilisce che "gli Stati Parti devono prendere misure appropriate per assicurare alle persone con disabilità, su base di eguaglianza con gli altri, l'accesso all'ambiente fisico, ai trasporti [...]".
La stessa Convenzione ONU all'Art. 2 introduce gli importanti concetti di "discriminazione fondata sulla disabilità" e di "accomodamento ragionevole", quest'ultimo particolarmente significativo quando si trata di realizzare interventi per rimuovere barriere in strutture e infrastrutture già esistenti.

Per concludere, la Legge n. 67 del 2006 ha introdotto importanti "misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni", e si è già rivelata in vari contesti locali uno strumento efficace per conquistare - attraverso vie legali - un miglioramento dell'accessibilità del trasporto pubblico.
Alla luce di queste considerazioni, quali possono essere dunque i margini di azione per un cittadino o un'associazione nel cui territorio sia presente una stazione non accessibile, su cui RFI non è disposta a intervenire?
Essendo ogni stazione ferroviaria un servizio di pubblica utilità per la cittadinanza, un primo possibile livello di intervento è quello di coinvolgere e mobilitare la società civile e la sua rappresentanza politica territoriale, chiedendo alle istituzioni locali di farsi carico del problema e - in virtù del loro ruolo di rappresentanza - di portarlo all'attenzione di RFI per cercare una soluzione condivisa. Le istituzioni locali hanno il dovere di tutelare i diritti di tutti i cittadini che esse rappresentano, e posso eventualmente portare il problema fino all'attenzione del livello politico superiore - ovvero quello della Regione - che ha responsabilità diretta in materia di trasporto ferroviario regionale.

Una seconda possibile opzione - questa volta di tipo legale - è che il singolo cittadino e/o un'associazione facciano ricorso nei confronti di RFI ai sensi delle Legge n. 67 del 2006, per chiedere al giudice di ordinare la cessazione del comportamento discriminatorio e l'adozione di provvedimenti idonei a rimuovere la discriminazione accertata (nel caso specifico la presenza di barriere architettoniche o sensoriali).
L'esito positivo del ricorso ovviamente non può essere dato per scontato a priori, tuttavia dal 2011 a oggi in alcune città come Roma, Milano e Torino i ricorrenti hanno ottenuto che i giudici ritenessero le locali aziende di traporto urbano responsabili di condotte discriminatorie e ordinassero interventi per rendere accessibile il servizio.

 

Gabriele Favagrossa


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