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Persone con disabilitÓ

A cura di Ledha

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27/10/2020

Cittadinanza: la disabilitÓ non pu˛ costituire elemento di discriminazione

Lo ha stabilito il TAR del Lazio sulla vicenda di un cittadino straniero con disabilitÓ la cui domanda era stata respinta per assenza di reddito

Il ministero dell’Interno non può rigettare una domanda di cittadinanza presentata da un cittadino straniero con disabilità basandosi esclusivamente sull’assenza del requisito di reddito. Lo ha deciso il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che lo scorso 7 luglio ha accolto il ricorso presentato dal tutore e rappresentante legale di un cittadino straniero, cui nel febbraio 2019 era stata respinta l’istanza di cittadinanza.

La vicenda riguarda un cittadino straniero residente da molti anni in Italia e affetto da “gravi e irreversibili patologie, che ne hanno determinato l’interdizione, il riconoscimento dell’invalidità permanente e l’inabilità lavorativa, con necessità di assistenza continua”, si legge nel dispositivo della sentenza del TAR. In ragione di tale condizione, il ricorrente percepisce l’indennità di accompagnamento (pari a 6.200 euro l’anno) ed è assistito da un’associazione che si occupa di tutte le sue esigenze.

La richiesta di concessione della cittadinanza italiana è stata rifiutata dal ministero dell’Interno, a causa dell’assenza di una soglia di reddito minimo. Un requisito che però non è fissato in maniera rigida dal legislatore e che l’amministrazione ha ritenuto fissare a 8.263 euro per i cittadini stranieri che presentano domanda di cittadinanza. Una quota adottata “prendendo a riferimento il reddito prescritto per l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria”, scrivono i giudici del Tar del Lazio. Oltre alla dimostrazione di una soglia di reddito minimo, i cittadini stranieri residenti in Italia che presentano domanda di cittadinanza devono fornire una serie di altri documenti che attestino la presenza di determinati requisiti.

Tuttavia, sottolineano i giudici questo importo si riferisce a cittadini stranieri in grado di lavorare “e nel pieno delle proprie facoltà fisiche e mentali”. Pretendere un’identica capacità reddituale da “un soggetto invalido sottoposto a tutela, con totale e permanente invalidità lavorativa e con necessità di assistenza continua” si porrebbe “in insanabile contrasto” con la Costituzione. In particolare, con gli articoli 2 e 3.

“Quello reddituale -scrive ancora il Tar del Lazio nel provvedimento- non è l’unico parametro che l’amministrazione deve considerare nel provvedimento di concessione della cittadinanza”. Sebbene si tratti di un atto ampiamente discrezionale, infatti, l’iter per la valutazione di una domanda di cittadinanza implica “accurati apprezzamenti da parte dell’amministrazione sulla personalità e sulla condotta di vita dell’interessato”. Nel caso specifico, il ricorrente ha fornito una pluralità di elementi “suscettibili di essere presi in considerazione ai fini della scelta”, sottolineano i giudici. Elementi come la sussistenza di ulteriori redditi, la fornitura di vitto e alloggio da parte della comunità di affidamento, integrazione nella realtà sociale di riferimento. Che il ministero dell’Interno, però, non ha valutato. Per questi motivi, il Tar del Lazio ha annullato il provvedimento di respingimento della domanda di cittadinanza e ha condannato il ministero dell’Interno al pagamento delle spese legali.

“La pronuncia del TAR del Lazio conferma che la pubblica amministrazione è sempre tenuta a rispettare il divieto di discriminazione per motivi connessi alla condizione di disabilità di una persona anche nei casi in cui la legge le riconosce una ampio potere discrezionale -commenta Gaetano De Luca, avvocato consulente del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi ed esperto di diritto antidiscriminatorio-. Questo divieto di discriminazione impone di trattare le persone con disabilità tenendo conto della loro peculiare condizione di diversità, con il conseguente obbligo di predisporre gli accomodamenti ragionevoli (previsti dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità) necessari per evitare che le stesse possano essere messe in una condizione di svantaggio nell'accesso ai servizi pubblici e nell'esercizio dei loro diritti fondamentali”.

“Si tratta di una sentenza per molti versi innovativa -commenta Livio Neri, avvocato di Asgi-Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione-. Il TAR ha stabilito che il requisito del reddito non può essere applicato in maniera automatica, ma deve essere applicato in maniera elastica valutando caso per caso. L’articolo 3 della Costituzione impone di superare le diseguaglianze: porre il requisito del reddito per l’accesso alla cittadinanza per una persona con disabilità crea un ostacolo insormontabile e per questo è contrario alla Costituzione”.

 

 

 

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