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Persone con disabilitą

A cura di Ledha

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19 Aprile 2021

Quattordici giorni di isolamento inutili

di Luciano Binosi, presidente associazione "Il Sorriso"

In molte RSD, alle persone con disabilitą gią vaccinate contro il Covid viene chiesto un isolamento di due settimane dopo essere andati in visita dai propri familiari. Una richiesta di cui non si comprende il senso

Illustrissimo presidente della Repubblica, onorevole Sergio Mattarella,

l’Associazione “Il Sorriso” segnala che molte sono le testimonianze di regressioni per le persone con disabilità (specialmente quelle che usufruiscono della legge 104) che per tredici mesi sono stati costretti a controlli periodici ossessivi, con test molecolari, prelievi e obbligati a una condizione di vita claustrale.

Oggi abbiamo una situazione in cui parecchie di queste persone sono state anche vaccinate completamente con il vaccino Pfizer, ritenuto il più affidabile ed efficace fra i vaccini. Si tratta di un vaccino che tutela con percentuali molto alte queste persone da un probabile contagio dal Covid-19.

Confortati dalle dichiarazioni di immunologi e direttori sanitari, famigliari e parenti di ospiti inseriti nelle residenze (RSD), sentito che dopo il vaccino sarebbero stati protetti, molti hanno sperato che fosse ripristinato il rientro in famiglia. Purtroppo, a soffocare gli entusiasmi sono state le condizioni a cui dovevano attenersi al rientro nella residenza gli ospiti beneficiari di questo “privilegio”: due tamponi e quattordici giorni di isolamento all’interno del proprio nucleo. Come se fossimo ritornati ai tempi della prima ondata di marzo 2020.

Tali agevolazioni sembrano più una presa in giro e sembrano orientate a disincentivare piuttosto che favorire queste persone a chiedere i permessi per una visita a domicilio. Queste disposizioni legate a protocolli che non tengono conto dei vari casi di disabilità, specialmente di quella psicologica, danno la sensazione di essere considerate più come punizioni e mortificazioni per chi ha usufruito di un permesso per vedere i propri genitori.

Disposizione che non servono a nulla, dal momento che al rientro nel nucleo per 14 giorni rimangono a stretto contatto con i loro compagni, una precauzione che ha solo la funzione di umiliarli e privarli di alcune attività gratificanti per loro e aumentare le inquietudini e le sofferenze anche per i loro familiari. Perché imporgli questo isolamento? A cosa è servito tormentarli con i tamponi e vaccinarli? Fare un test antigenico prima di entrare in residenza, con risultato negativo non è sufficiente per reintegrarli a pieno titolo nel loro nucleo?

Credo non ci siano categorie che abbiano queste rigide limitazioni. Pertanto, vorrei farLe presente, signor Presidente, che le residenze dove il virus è assente e tutti gli ospiti sono stati vaccinati, comprese le persone che vi lavorano, debbano sì essere sottoposte a controlli, ma non di questa entità. I Direttori generali del welfare devono essere sollecitati a prendere coscienza e dare disposizioni chiare alle AST provinciali per disporre cambi di protocolli ormai superati, in quanto gli attuali sono atti diretti a discriminare e ghettizzare ancora di più queste persone estremamente indifese.

Ora se anche il vaccino non serve almeno a rendere possibile quel livello minimo di umanità che sta fra un figlio e una madre, allora di cosa parliamo? Bisogna adoperarsi affinché si trovino soluzioni per consentire la fine di queste azioni riservate solo a queste categorie che non trovano né considerazione e né popolarità. Spero che Lei ci possa aiutare a cambiare queste regole e colga questo appello, in quanto siamo stanchi di promesse e ridare così a queste persone la dignità che si meritano e un aiuto prezioso ai loro famigliari per non dissipare anni di sacrifici in funzione di disposizioni mirate più a salvaguardare solo l’aspetto clinico tralasciando l’aspetto emotivo e affettivo.

Luciano Binosi, presidente associazione "Il Sorriso" di Calvisano (BS)

 

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