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A cura di Ledha

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19/10/2020

Il silenzio degli innocenti

Di Giovanni Merlo

Con la nuova ordinanza di Regione Lombardia le persone che vivono in strutture residenziali (RSA, RSD) non possono pił vedere i propri cari. Sembra che stiano in silenzio, ma siamo noi a non voler sentire la loro voce

Hanno nomi comuni, come i nostri. Mario, Luisa, Carlo, Anna, Silvia.  Oppure nomi particolari, meno comuni, come i nostri. Kevin, Adelaide, Cristiana, Enea.

Ma se non ascoltiamo le loro voci perché dovremmo conoscere i loro nomi?

Sono le tante, tantissime persone che vivono nelle Unità di offerta residenziali in Lombardia: RSA, RSD, comunità socio-sanitarie, residenze per persone con problemi di salute mentale, comunità per minori. Più di 60mila persone a cui una recente ordinanza regionale impone di non vedere più nessuno dei loro familiari o amici cari almeno per le prossime settimane: ma sappiamo tutti che il tempo della loro reclusione potrebbe essere più lungo, durare fino alle fine dell’inverno o fino alla fine della pandemia da Covid-19.

La notizia scivola via nell’elenco delle restrizioni come se niente fosse, mettendo sullo stesso piano la sospensione dell’attività delle sale gioco con di “divieto di accesso di visitatori a utenti presenti all'interno di unità di offerta residenziali che comprendono le RSA …”. Ma non si tratta solo di questo: perché è ovvio che se nessuno può entrare, tantomeno nessuno potrà uscire.  

Per descrivere le loro case utilizziamo sigle diverse RSA, RSD, CSS. Diverse sono le loro età, i loro caratteri, i loro problemi e i loro desideri. Diverse sono le ragioni per cui non vivono in una casa ma in un “servizio”, in una “struttura” che, qualche volta, assomiglia ancora ai vecchi istituti. 

Ma poco importa, se siano giovani o se siano vecchi, in buona o cattiva salute, se hanno qualcuno da andare a trovare o qualcuno che vorrebbe passare del tempo con loro. Quello che conta è che se ne stiano chiusi nelle loro “residenze”: custoditi e protetti dal virus che circola nelle nostre città. Il Covid1-9 continua a diffondersi nelle vite di tutte le persone che vivono in Lombardia. Ma solo a loro viene imposto di vivere segregati, in clausura. 

A nessuno è venuto in mente di chiedere a Silvia come stia a vivere in un letto senza vedere da mesi il proprio figlio. Nessuno ha pensato di chiedere a Kevin cosa si provi a non poter più tornare a casa per i weekend dai propri genitori, come ha fatto, sempre, da anni, prima della pandemia. Nessuno vuole mettersi nei panni di Carlo, che deve starsene al “sicuro”, mentre  sa che i suoi cugini possono ancora andare al cinema. E così via. 

Persone di cui non conosciamo il volto e di cui non sentiamo la voce, a cui imponiamo un sacrificio che noi, “sani”, “normali”, “normotipici” o in qualunque altro modo ci vogliamo definire stiamo facendo di tutto per evitare: perché il ricordo dei tre mesi di lockdown è troppo forte e doloroso. Per “noi”, solo per “noi”. 

Sembra che se ne stiano in silenzio le persone che vivono nelle unità di offerta residenziali della nostra Regione: ma sono solo le nostre orecchie che non vogliono sentire la loro voce, il loro grido di dolore.

Vergogna.

 

 

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